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L'ERA DELL'INDUSTRIA

L’ERA INDUSTRIALE HA ANCORA DA VENIRE

“Invece di localizzarsi nella fabbrica o nell’ufficio, l’industria è la struttura originaria della parola. Qualsiasi visione del mondo ha cercato di dominarla finalizzandola. Qualsiasi regime politico ha cercato di controllarla. L’industria dice dell’impossibilità della paralisi e dell’imprescindibilità dell’invenzione e dell’arte dall’atto.

L’era industriale ha ancora da venire. E il passaggio dal cosiddetto mondo della produzione al cosiddetto mondo dell’organizzazione come può rappresentare un passaggio verso la deindustrializzazione se l’organizzazione costituisce una nota dell’industria, quasi liminare all’industria anziché successiva? Nell’industria che dimostra come si svolge e come funziona l’inconscio, la logica, si scrive ciascuna conversazione”. Armando Verdiglione, La mia industria, pag. 11.

Era il 1983 quando Armando Verdiglione scriveva queste parole, ma, dopo trentatré anni, l’era industriale ha ancora da venire. Proprio mentre, dalle cattedre dei nuovi economisti asserviti alle vecchie lobby transnazionali e dalle colonne dei giornali che dovrebbero promuovere la cultura d’impresa (ma in realtà abbracciano, forse a loro stessa insaputa, uno spiritualismo contro l’impresa) si continua a inneggiare alla terza o quarta rivoluzione, rispetto a cui il nostro paese è accusato di essere in ritardo (come sempre su tutto). Industria 4.0, la rivoluzione digitale può costituire solo una “nota dell’industria, quasi liminare all’industria anziché successiva”, proprio come l’organizzazione, di cui è strumento, non “un passaggio verso la deindustrializzazione”.

Ma allora sarebbe meglio precisare che non si tratta di una rivoluzione, bensì di una novità nell’organizzazione, come ce ne sono state altre. Chiamandola rivoluzione, si rischia di far credere che la vita degli abitanti del pianeta non sarà più la stessa. Come se, da qualche parte, fosse possibile fissare la vita entro parametri prestabiliti. La vita non è mai la stessa, neppure per chi crede che lo sia. La trasformazione è in atto: prendiamone atto. Gli storici negano la storia quando impongono il loro periodare: come se gli abitanti di una città, di una nazione, di un pianeta, si mettessero d’accordo per cambiare vita a ogni nuovo decennio. Chi può dire quali siano gli effetti di una parola, di un gesto, di un prodotto, di un libro, di un’opera d’arte? Il tempo, soltanto il tempo dà ragione delle cose. E nessun commento può servire a cancellare gli effetti delle cose che si dicono, si narrano, si raccontano, si fanno e, facendosi, si scrivono, ciascun giorno, non “prima” o “dopo” la digitalizzazione di massa.

Chi crede che stia qui la “rivoluzione” assume una nuova droga e si accoda all’eccitazione generale, che addirittura assegna a Industria 4.0 la missione di “creare un mondo migliore”, dove sparirà la proprietà (scambiata per “barbara” sete di possesso) a vantaggio della più civile condivisione promossa dalla sharing economy, fino alla costruzione di una società circolare, dove le piccole e medie imprese sono considerate “pulviscolo diffuso”, retaggio di “un’economia molecolare” destinata all’estinzione.

“L’industria dice dell’impossibilità della paralisi e dell’imprescindibilità dell’invenzione e dell’arte dall’atto”, scriveva Verdiglione nel 1983. La vera rivoluzione industriale oggi sta proprio nel valorizzare l’industria, anziché cedere alla circolarità che prescrive la paralisi, spacciandola per il raggiungimento del supremo bene comune.

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