Il legame sociale è senza la parola

IL LEGAME SOCIALE È SENZA LA PAROLA

“Quello che viene detto il legame sociale passa per una complicità, per una riduzione dell’alingua al supporto dell’ordine sociale. La complicazione cerca un complice affinché l’immobilità dell’oggetto e del soggetto guidi la metamorfosi. E ciò secondo quella metafora dell’amore che istituisce la fobia quale perenne esorcismo dell’oggetto e l’incesto quale perenne partecipazione all’oggetto immobile”. (Armando Verdiglione, La mia industria, pag. 136).

Chi parte dal presupposto che le cose possano essere dette o non dette, a seconda della convenienza, crede nella lingua come veicolo di comunicazione diretta. Crede che l’atto di parola si riduca alla trasmissione di un contenuto da un emittente a un ricevente. Il contenuto o oggetto della conversazione dovrebbe essere immobile per essere trasmissibile, l’unico suo movimento dovrebbe essere quello che il soggetto emittente (anch’egli immobile e identico a sé) gli conferirebbe durante la trasmissione al soggetto ricevente. Insieme, emittente e ricevente, potrebbero così instaurare non un dispositivo di parola e di comunicazione, ma una complicità, dovrebbero accordarsi sul senso comune e abolire il controsenso, il senso sessuale, la particolarità, quella che Verdiglione chiama alingua, la lingua non convenzionale che nessuno sa di parlare.

Riprendiamo la citazione: “La complicazione cerca un complice affinché l’immobilità dell’oggetto e del soggetto guidi la metamorfosi”. Complicare: dal latino “cum”, insieme, e “plicare”, piegare nel senso di avvolgere. Complicare qualcosa sarebbe come dare a esso una piega comune, avvilupparlo, cercando di togliere la piega nella sua inspiegabilità, la piega che non può togliersi, salvo complicazioni, appunto.

Una donna, cercando di spiegare al suo partner che cosa volesse dire con “quella frase da cui lui si è sentito ferito”, cercando di togliere il malinteso, non faceva che aggiungere malinteso. Così, evitando la piega non comune che avrebbero potuto prendere le cose, se non si fossero precipitati, l’uno a sentirsi ferito, l’altra a giustificarsi, evitavano la parola, evitavano la particolarità. E alimentavano “quella metafora dell’amore che istituisce la fobia quale perenne esorcismo dell’oggetto e l’incesto quale perenne partecipazione all’oggetto immobile”.

Quale itinerario, quale viaggio possono intraprendere questa donna e il suo partner, standosene accucciati tra la fobia e l’incesto, pur di non compiere lo sforzo intellettuale che esige la parola libera dal cosiddetto legame sociale, la parola che non è finalizzata al piacere o al dispiacere?

Il legame non sociale, invece, è legame-slegame, modo del due, dell’apertura, della relazione, da cui le cose procedono, non a cui devono giungere. Eppure, comunemente si crede che la relazione sia una meta. Addirittura, c’è chi propone alle persone e alle imprese di fare rete, cioè di fare relazione. E lo propone come un modo per “salvarsi”. Non basta la rete, occorrono un progetto e un programma, occorre la decisione parlando, facendo, viaggiando. Allora, c’è la chance della riuscita, per ciascuno. Ma mai il legame può essere posto dinanzi e rappresentato nei soci, nei partner, nei collaboratori. La condizione del fare e della riuscita non sta nella relazione, ma nell’oggetto inafferrabile, proprio quello che la metafora dell’amore e il legame sociale vorrebbero esorcizzare e immobilizzare.

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